lunedì 7 settembre 2009

cerimonia per Teresa

Milano, Italia,5 settembre

Ho indossato di nuovo la maglietta dell'ospedale, la "nostra maglietta": mi sono sentito di farlo per far sentire a Teresa più vicini tutti gli amici e i colleghi del Salaam e di Mayo.

Dopo avere insieme condiviso per quindici anni il tempo dell'amicizia, del rispetto per la vita e per la sofferenza di tutti, dopo il lungo tempo di affetto, di speranze, di timore per la sua sorte personale, Emergency annuncia la morte della sua presidente Teresa Sarti Strada.
Con la stessa apertura e con la stessa semplicità che aveva voluto per la vita di Emergency, Teresa ha accettato anche in questi suoi ultimi giorni la vicinanza di tutti coloro che hanno voluto esserle accanto. La serenità consapevole con la quale è andata incontro alla conclusione del suo tempo ha espresso il coraggio e la determinazione che rappresentano la verità della nostra azione in un'attività che ha dato senso alla sua e alla nostra esistenza. La dolcezza del ricordo coincide per noi con il rinnovo del nostro impegno per la pace e per la solidarietà.

EMERGENCY

lunedì 27 luglio 2009

Diario del 26 luglio

Amsterdam, 26 Luglio 2009, ore 15

Ieri sera c’è stato l’addio a Soba e a tutti gli amici rimasti. Meno commovente di quanto non mi aspettassi, si vede che avevo esaurito le scorte di commozione con quelli di Mayo. A cena mi hanno fatto fare un discorso, sono stato brevissimo e hanno tutti capito perché: dopo di che sono andato a finire le valigie, e quando sono uscito dalla stanza con i due trolley giganteschi erano tutti seduti nel bel mezzo del giardino sul muretto che delimita il vialetto centrale. Li ho abbracciati tutti uno per uno: Antonella, The Queen, che mi è stata vicina dall’inizio e che ha condiviso il segreto di questo blog: Monia ed Elena, le prime ad accogliermi e ad accompagnarmi a cambiare i soldi, Alfonsina, Marco il logista, Jacopo, e poi Alfredo, e poi i nuovi: tutte persone che mi hanno dato con molta generosità un pezzetto di sé in un momento così importante della mia vita. Alle dieci e mezza abbiamo finito gli abbracci, siamo montati sul pick up, Chiara, Jacopo ed io, ci hanno salutato con un applauso e urla, Elena ci ha gettato sulla macchina dell’acqua, un gesto di buon augurio che abbiamo imparato dai serbi, e siamo partiti nella notte. All’aereoporto abbiamo sostato un poco e poi dentro, documenti, visto e via. A quel punto ho scoperto che mi erano rimasti in mano 60 pounds della cassa di Mayo (li porterò a quelli di Emergency che dovrò andare a vedere nei prossimi giorni) e mi sono reso conto che non avevo più addosso il mio zaino, con pc e tutto il resto: per una volta ho avuto paura (non ne avevo quasi avuta due ore prima quando non ritrovavo il passaporto: era nel portafoglio, ma avevo già setacciato il giardino e dato l’allarme) finché Chiara lo ha visto, poggiato in terra al controllo, lo avevo lasciato lì dopo averlo fatto passare dalla macchina sicurezza. Se l’avessi fatto in qualunque altro aereoporto non l’avrei più visto. Non è stato l’ultimo batticuore: c’era la cerimonia del peso, e anche se avevo fatto le mie prove temevo guai, che grazie al Cielo non ci sono stati. Era mezzanotte quando Chiara ed io abbiamo varcato la porta e siamo entrati in territorio internazionale, all’una e un quarto ci hanno imbarcati e siamo decollati. Appena è passata la hostess, come promesso, abbiamo preso del vino (atroce, ma che importa?) e abbiamo fatto un brindisi ai compagni rimasti a Soba.

Addio Kartoum, e grazie.

Adesso sono qui, su uno dei canali di Amsterdam, guardando l’acqua che scorre e la gente che cammina e ride intorno a me, i fiori, il verde. Mi aspettavo uno sbandamento che per ora non c’è: sono due mondi così diversi che non riesco nemmeno, almeno per adesso, a fare confusione tra di loro.

Arrivati stamani a Skypol abbiamo vagato per quell’enorme aereoporto e la prima cosa che ci ha colpiti sono stati i negozi di liquori: la seconda i prezzi astronomici (ma no: solo europei) rispetto a quelli di Khartoum. Chiara mi ha salutato al treno che portava in città: lei ripartiva dopo un ora, a me è toccata tutta la giornata qui.

Ho camminato a passo di carica per quasi otto ore, visitato il museo Van Gogh per bene (11 anni fa ci venimmo coi ragazzi: furono anche bravi ma non potemmo esagerare) passata una bella giornata, bevuto una birra seduto a un bar in piazza Rembrandt , e adesso sono stanchissimo: la tensione se ne sta andando.

Cosa resta di tutto questo? Lo capirò piano piano, e questo almeno non lo confiderò al blog. Certo, sono stato solo: ho vissuto cose che avevo visto solo alla televisione, o al cinema: sono cambiato. Ma quanto? Che effetto farà su di me? Me lo dirà il tempo, ora ho bisogno di riflettere.

Scrivere, come mi capita, è stata una buona cura, mi ha tenuto legato al mondo, mi ha permesso di concentrarmi su ciò che mi accadeva intorno.

Il blog, questo legame tenue e impalpabile con tutti voi e con me stesso, finisce qui: d’ora in avanti camminerò da solo. Forse trarrò un libro da questi appunti, come avevo pensato di fare dall’inizio: è stato mio figlio Marco a pensare di postare in blog quelli che erano appunti per non perdere, per non dimenticare ciò che vedevo. E se lo scriverò, forse quel libro avrà un finale diverso: ma qui non posso non salutarvi tutti, uno per uno, compresa The Queen che mi legge adesso, prima di chiudere per l’ultima volta il pc e prendere il trenino per Skypol.

Tra poche ore sarò a casa, in mezzo ai kawaja. Non so se sarò migliore o peggiore: certo sarò diverso.

Grazie a tutti. E parafrasando il mio amato Dickens: come disse Tim il Piccolino, che Iddio ci benedica, tutti quanti noi.

sabato 25 luglio 2009

Diario del 25 luglio

Khartoum, Sudan
25 luglio 2009.

Notte passata rigirandomi da una parte all'altra, pensando a tutto
quello che avrei fatto oggi. Ora sono a Mayo, gli ultimi minuti.
Mi guardo attorno cercando di dare un addio a tutto questo.

Ieri, dopo che avevo scritto, mi hanno chiamato: partivano d'urgenza per
il mercato dei cammelli, una cosa che mi ero perso. Mi sono tuffato
(dimenticando il cellulare a casa, dove Isa mi ha chiamato tutto il
giorno) pensando che lì avrei potuto comprare i regalini che mi mancavano.

Invece grande confusione: stavamo raggiungendo un gruppo che era partito
presto con i nazionali che avevano organizzato la gita. Pina purtroppo
si è sentita male (pure lei) ed è tornata indietro col nostro pulmino,
così ci siamo aggregati, nel bene e nel male, alla gita organizzata dai
nazionali.

Al mercato c'era una enormità di gente, e anche alla zona ristoranti (dove si
mangiava, immaginate un po', carne di cammello. Potete non crederci ma
è buona, molto meglio del karuf) e giusto prima di andar via ci hanno
portato a vedere una cinquantina di cammelli, povere bestie. Abbiamo
fatto come i giapponesi, scesi, foto con cammello e via su quel bus
scassatissimo: per tenere chiuse le portiere c'era a contrasto una
cassetta della frutta. Sul dietro del bus c'erano le infermiere
nazionali, che cantavano e battevano le mani come facevamo noi nelle
gite scolastiche: e con noi c'era qualcuno dei loro genitori, figurati
se le mandano sole coi kawaja.

Ci hanno portato a Tuti Island e francamente è stato terribile. Si tratta
di un isolotto nel mezzo del Nilo, che in futuro sarà tutto costruito:
loro ci hanno portato là perchè nella loro mentalità un prato verde è
roba da mostrare ai turisti. Ma sono solo campi e alberi, brulli, sul
fiume, nulla di più. E girarsela tutta, senza acqua, alle due e mezza,
con un sudanese che vuole essere gentile e ti parla continuamente nelle
orecchie, è una esperienza da incubo. Finito quello siamo andati su una
barca e siamo tornati dalla parte giusta del lungo Nilo, dove ci siamo
scolati un litro d'acqua a testa. A quel punto distrutti siamo tornati a
casa e dei miei souvenir non si è più parlato. Perciò di qui andrò a Ryad
dove c'è un negozietto e prenderò (Inshallah) il driver delle 6. Alle 7
a casa, finire le valigie e poi a cena.

Almeno questo è il programma.

Tempo di consuntivi, tempo di addii, tempo di guardarsi dentro.

Oggi Alfredo è venuto a vedere Mayo: in realtà, l'ho capito solo alla
fine, voleva salutarmi davanti ai nazionali e farmi festa con loro, ci
teneva per gratificarmi. Bella roba commuoversi a 55 anni, già a
mezzogiorno: Dio solo sa cosa combinerò stasera.

Sto scrivendo queste note nella rovente stanza che funge da ufficio,
e totalmente trasformata dai cambiamenti in atto: la sauna che
sto facendo (il cooler non funziona) è quasi uguale a quella patita
su Tuti Island. Basta, esco a guardarmi il campo e la clinica,
stasera chiuderò questa ultima puntata a Kartoum.


Ore 19

Andarsene da Mayo è stato commovente, con gli abbracci a tutti, con Safe
che faceva foto a più non posso, compresa l'immagine del cancello che si
richiude dietro di noi. E poi via via che l'ambulanza lasciava qualcuno
dello staff lungo la strada abbracci e occhi lucidi. Mi hanno cantato la
loro versione del valzer delle candele, e poi un'altra struggente melodia di addio.
Kharda e Fatma mi hanno fatto un regalo per Isa, dicendo di dire alla
mia famiglia quanto ci vogliono bene. E' stata dura, ma dato che
notoriamente sono un uomo di ghiaccio non sono scoppiato in singhiozzi,
e mi pare già un buon successo. Howard, l'autista, mi ha salutato per
ultimo lasciandomi a Ryad, alla vecchia casa: ci contavo di trovare
aperto il negozietto, dove la signora mi ha fatto le feste e un buono
sconto, così ho rimediato all'errore dei cammelli. Mi restano ben 5
pound, li userò magari all'aereoporto per una bottiglia d'acqua o un succo.

Tornato a casa ho messo le bandiere in cucina, con la penna: una nuova e
pulita per Chiara, l'altra, quella vissuta, per me. Il pc continua a
spegnersi ma riparte sempre, con un pò di spinta: poveraccio, ha fatto
il suo dovere fino in fondo.

Credo che il peggio della commozione sia passato: salutare gli amici
sarà meno duro che i bambini e la gente di Mayo. Ma vi saprò dire.
Domani (inshallah) conto di spedire l'ultima puntata di questo blog da
qualche internet point di Amsterdam, davanti a una buona birra.

Diario del 24 luglio

Khartoum, Sudan
24 luglio 2009.


Una mattina di riposo scandito da un acquazzone improvviso e da
Antonella (la farmacista, The Queen, la Regina dei Ghiacciai) che ha
pensato bene di sentirsi male. Nulla di grave alla fine, ma ha preso una
bella paura: una crisi ipotensiva vagale per cui non riusciva più
nemmeno ad alzarsi. Ha telefonato per aiuto a Maria Neve e trascinandosi
è riuscita ad aprirle la porta. Sono arrivato dopo cinque minuti insieme
a Gabriele e Pina, era bianca come un cencio e terribilmente spaventata.
Mi ha fatto molta tenerezza: a sentirsi male ci si sente soli. Le siamo
stati vicini per un bel po', poi lentamente si è addormentata e ora è
molto più serena. La verità è che questo posto sfianca, anche se dormi
con l'aria condizionata, anche se lavori al fresco.

Ieri partenza in pieno relax: mi sono svegliato alle sei e sono corso
in cucina a preparare la macedonia di frutta per la festa della sera con
la frutta che avevo comprato il giorno prima sulla strada del ritorno:
nessun sacrificio, da quando ho saputo che parto dormo malissimo e poco.
Via via che gli altri arrivavano a fare colazione mi guardavano stupiti
e io li avvisavo che a cena li aspettavo al varco. Ho finito alle 8 e
mezza (12 mele, venti banane, tre meloni bianchi, mezzo cocomero,
spremuta di pompelmo e arancia, spicchi di arancia e pompelmo a guarnire,
niente zucchero) e ho capito perchè in cucina queste cose non le fanno
mai: molto facile, ma una perdta di tempo esagerata. Avevo appuntamento
alle 9 per partire con Antonella e Khalifa, il nostro driver, perchè prima
avevamo da fare una valanga di cose burocratiche, prima di tutto copie
di documenti per Mayo, dove non possiamo stampare per mancanza di pc.
L'altra notte ho ricostruito tutti i documenti di nostra competenza, e
ieri mattina a Mayo, sul mio pc, abbiamo rimesso dentro i dati statistici a
partire dalle cartelle cartacee: un lavoraccio, ma è fatta.

Così siamo partiti con tutta calma, al punto che mentre stavamo arrivando
mi ha telefonato Khalda, assai preoccupata per non averci visto: pensava
a un incidente o qualche guaio. Arrivato in clinica mi sono guardato
attorno come per un addio, anche se domani ci tornerò ancora una volta:
abbiamo completato lo spostamento degli scaffali, sistemato, poi messi i
dati statistici e infine ho lavorato al mio report finale. Intanto avevo
fatto lavare la bandiera che ha sventolato a Mayo per tre anni,
strappata, stinta, e ho detto ai nazionali che partivo domani,
pregandoli di lasciare la loro firma sulla bandiera. Sono stati molto,
molto affettuosi. Poi alle quattro me li sono portati tutti alla
gelateria italiana Tutti Frutti, a Ryad, e ho offerto il gelato a tutti.
E' stato un buon modo di salutarsi, chiacchierando del più e del meno
nel giardino gustandosi il gelato e sorridendo: domani sarà più dura,
credo. Ho già il magone.

Una volta a casa poi c'è stato giusto il tempo di dare gli ultimi tocchi
alla macedonia e la pasta era già in tavola. Sauro si era sdato e se ne
era uscito con una matriciana veramente fantastica, dopo di che siamo
saltati subito alla macedonia e al gelato (l'avevo portato da Tutti
Frutti). Marco, che è davvero un caro ragazzo, ha tirato fuori birra e
una bottiglia di Jack Daniel's: io amo il whisky scozzese torbato e
considero quello un obbrobrio yankee, ma, indovinate come mai, mi è
piaciuto da matti. E debbo dire che sulla macedonia ci stava veramente
bene, provare per credere.

Mi hanno festeggiato ma io ho nicchiato: non me la sentivo né di parlare
né tantomeno di “fare il discorso”: penso che scriverò qualcosa e lo
lascerò attaccato in cucina, domani notte. Non sono una roccia in certe
occasioni e in questo posto lascio un pezzettino di me.

Finito tutto questo Marco ha acceso lo stereo, ma nessuno aveva voglia di
ballare. Lo abbiamo lasciato acceso, e siamo saliti sul “rooffino”. A
Ryad c'era la terrazza, il roof, sul tetto: qui hanno creato una cosa
del genere sopra la terrazza, che domina in Nilo. Siamo andati a guardare
le stelle e chiacchierare, e mi è piaciuto da matti: molto più nel mio
stile che una festa da ballo, e molto più adatta al mio umore di questi
giorni, un po' malinconico, un po' ansioso di tornare a casa. E' stata
ancora una occasione in più per chiacchierare con Monia, Elena, Marco,
Thulika, Maria Neve, Alfredo. Forse di lui non ho mai parlato: persona
interessante, bella anche lui. Ha passato la vita nelle organizzazioni
all'estero, in Africa, in Afganistan: ha conosciuto migliaia di persone,
è stato in quasi tutti i paesi del mondo, parla più lingue di quante io
creda, e si diverte a fare finta di essere un duro mentre è buono come
il pane. Qui è il manager, e fa di tutto per farci stare meglio: anche
quando non ci riesce sentiamo quello sforzo e ci basta. Ieri sera faceva
il maschilista colonizzatore, tanto per fare incazzare le ragazze,
teorizzando la giustezza delle opinioni africane eccetera eccetera: ma
ghignava sotto i baffi. L'unica cosa che non gli perdono è che è uno
scacchista vittima di internet, non riesce più a gustarsi una partita
con calma davanti a una scacchiera, gioca nevroticamente partite da uno-
due minuti: adrenalina pura, niente riflessione e niente gusto di analizzare
assieme una posizione.

Il mio povero pc dà segni evidenti di stato pre agonico. Come Jacopo
aveva preconizzato, oramai non basta più tenerlo acceso fisso: stamani
era bloccato, ho dovuto di nuovo spegnerlo e riaccenderlo. D'altra parte
non mi posso lamentare, è arrivato fino alla fine e a casa me ne aspetta
uno nuovo. Mi chiedo se ha senso portarsi un cadavere informatico sulle
spalle per tutta Amsterdam, visto che è anche bello peso: ma metterlo in
valigia è la condanna a morte definitva, nella stiva degli aerei fa meno
30, tutto quello che è elettrico defunge. E se poi era riparabile, in
barba a tutte le mie considerazioni? No, me lo porterò nello zaino e
cercherò di trovare in aereoporto una cassetta a chiave dove lasciarlo.

Stasera faccio le valigie. Ho appena donato il sangue (grazie a Maria
Neve che ha aperto apposta la banca del sangue di venerdì: ma domani
sono a Mayo, non avrei potuto andarci) e mi sono fatto prestare una
bilancina da terra per valutare i pesi delle mie valigie. Ci
rientro bene senza problemi. E oggi pomeriggio, inshallah, torno ad
Ondurman per gli ultimi acquisti per i ragazzi. Speriamo che non piova,
sennò resteranno senza: è davvero una beffa del destino che con tutto
quello che ho detto su quel posto debba sperare di poterci tornare...